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La scuola digitale serve veramente?

scuola digitale

L’ingegner Brambilla ha analizzato una questione piuttosto interessante: la Scuola Digitale e la sua reale utilità

Da qualche giorno il mio dolce 51% (ovvero mia moglie) mi racconta di articoli che legge riguardo il presunto disastroso fallimento del piano ministeriale per l’informatizzazione delle scuole italiane, chiamato appunto Progetto Scuola Digitale.
Il piano si divide in più progetti quali il LIM (lavagne multimediali), cl@ssi 2.0, Scuola 2.0 e registro elettronico.
Ho dato un’occhiata a un po’ di numeri e, dopo il fastidio iniziale di vedere ogni “a” dei nomi dei progetti sostituita con una “@”, ho iniziato a credere davvero che si trattasse di una Caporetto.
A quanto pare i numeri parlano chiaro: la posizione dell’Italia nelle graduatorie OSCE è di fondo classifica, a livello di Romania e Grecia.
Quando si iniziano a snocciolare le crude percentuali di lavagne multimediali, classi connesse in rete, disponibilità della banda larga, PC e tablet per studente, e le si confronta con gli altri paesi “avanzati” e con le centinaia di milioni di fondi stanziati dal ministero, le braccia cadono.
Quando poi si scopre che dei fondi stanziati molti non sono mai arrivati a causa della “spending review” la desolazione è totale. A quanto pare, la spesa media per studente è stata di circa 5euro/anno: io manco da un po’ dal Bel Paese ma penso che bastino giusto per un panino.
Secondo i dati OSCE, al ritmo attuale, ci serviranno 15 anni per arrivare ad avere lavagne multimediali nel 80% delle classi, livello attuale del Regno Unito. Pullulano le storie dell’orrore di docenti costretti ad arrangiarsi per aggirare i problemi creati dall’obbligatorietà del registro elettronico. Come al solito i più virtuosi sono quelle che si “arrangiano”e trovano un modo di aggirare i problemi oppure semplicemente, come accaduto in molte scuole, non si adeguano ai nuovi obblighi.

Insomma, la situazione descritta dalla consorte e dai giornali sembrava disperata ma io ho il grandissimo difetto di essere ingegnere e quindi ho fatto un po’ di ricerca per conto mio. I numeri sembrano parlare chiaro ma in verità i numeri vanno fatti parlare, un po’ come nella pubblicità della Morositas dove torturavano la frutta!
Ho scoperto che l’82% delle scuole è connesso ad Internet. Ciò vuol dire che il 18% non è neanche connesso ad internet! Ho quindi pensato: “Dove sta la notizia del fallimento di questo grande piano?! E` un po’ come scandalizzarsi se la nazionale non vince se mandi in campo solo 9 giocatori… il risultato è scontato!”.
Ho iniziato a pensare che, come al solito in Italia, si tenta di fare le cose senza partire dai fondamentali. Come fa il ministero o il provveditorato a mandare una mail al preside di una delle scuole disconnesse? A me una situazione simile, dopo almeno 10 anni di presenza pervasiva di internet, sembra assurdo. Se poi la si incrocia con l’obbligo del registro digitale si rasenta il ridicolo. Un po’ come chiedere ad uno di prima elementare di fare gli integrali.
Un’altra perla che ho rinvenuto è quella riguardante la cosiddetta “autonomia”: le scuole sono state lasciate libere di scegliere i propri fornitori tecnologici. In particolare la libertà riguardava la scelta del fornitore per il registro digitale. Non so quanti di voi abbiano esperienza di database, ma il problema principale è far “parlare” database diversi. Immaginatevi un certo numero di scuole con fornitori di database diversi che devono obbligatoriamente comunicare con il ministero!
In un mondo, non dico ideale, ma normale, il ministero, a fronte dell’obbligo, avrebbe anche dovuto fornire, per esempio, un portale unico per ogni scuola, ma questo richiederebbe quel tipo di programmazione di cui il “decreto urgente in materia di cose di cui ci siamo sbattuti altamente per gli ultimi 15 anni e che mi dicono chiamarsi internet” non può tener conto. Morale? Ognuno si arrangia come può.
La situazione a questo punto mi sembrava tragica, ma non per i motivi riportati dalla stampa: non perché l’Italia sia lenta nella corsa perché non si impegna, come sostenevano i giornali, ma perché si è dimenticata di allacciare le scarpe, o fare quello che si deve fare PRIMA di una gara!
Quello che dovremmo chiederci è se è questa la gara alla quale vogliamo partecipare! In Italia come in California, sembra che il problema sia la mancanza di tablets, di lavagne multimediali, di banda larga, ma sono davvero questi i problemi per i ragazzi dalle elementari alle superiori?

I fallimenti di cui sopra non sono solo italiani; vi potrei raccontare di quanto sia andato male qui nella contea di Los Angeles il progetto di dotare i 640,000 studenti del distretto di un iPad a testa e di come 300 dei primi 2,100 siano riusciti a bypassare le “restrizioni” in una settimana.
Vi potrei spiegare di come il costo per gestire una rete di 650mila iPads moltiplichi il costo di ogni tablet di diverse volte, in quanto il “giocattolo” è progettato per un uso personale.
Potrei sottolineare di come una dirigenza ignorante abbia preferito tenere i costi bassi, non spendere per l’infrastruttura necessaria e puntare tutto sul cool factor di un iPad.
Oppure potrei dirvi di come gli studenti trovavano le soluzioni ai test in tempo reale sul loro iPad.
Potrei raccontarvi di come alla scuola elementare di Matteo gli insegnanti mi raccontino di come la sfida dell’insegnamento non sia ma stata grande come adesso che un insegnate deve preparare dei bambini per lavori che ancora non sono stati inventati, mentre, penso io, gli insegnanti degli anni ’30 hanno saputo preparare benissimo mio nonno al lavoro del soldato perché già sapevano che ci sarebbe stata la seconda guerra mondiale! Potrei annoiarvi, in sostanza.

Ma preferisco proporvi questa riflessione: che senso ha adottare i mezzi informatici moderni per l’insegnamento? Chi ha mai usato una lavagna interattiva? Io l’ho trovata utile solo per i meeting Sydney-Parigi-San Diego.
Cosa serve la banda larga quando Wikipedia è tutto testo?
Cosa serve un tablet per alunno quando l’85% dei ragazzi ha un PC a casa e sicuramente il 99% una connessione di qualche tipo? Cosa serve un tablet, che ha una produttività ridicola, quando un portatile costa la metà e da molto di più? Ovvero: perché vogliamo le nuove tecnologie in classe, perché  spingiamo per una scuola digitale?

Ho provato a darmi risposta cercando documenti sui nuovi trend pedagogici e ho trovato un report sul sistema Italiano sul sito OECD (Organisation for Economic Co-operation and Development). Nel documento è riportata l’esperienza del Regno Unito, faro della didattica digitale:

“l’uso della lavagna multimediale è considerato particolarmente utile dagli insegnanti nel supportare la visualizzazione per aiutare l’insegnamento di concetti difficili o dimostrare abilità – per esempio usare un righello, termometro, microscopio … gli insegnati ovviamente usano anche risorse tradizionali e parlano, guardano, indicano, mentre usano la lavagna interattiva”.

Come, scusa???
L’unico passaggio in un report di 108 pagine in cui si analizza il progresso dell’Italia verso il futuro tecnologico dell’insegnamento rappresentato dal Regno Unito mi dice che noi siamo in ritardo perché ci perdiamo l’occasione di insegnare con un computer sofisticatissimo come usare un righello?!?! Questa è l’esperienza del Regno Unito, così motivante da farci vergognare di non esserci ancora arrivati? E` un po’ come un amico che ti dice che con il film porno impari a fare sesso per davvero e di lasciar perdere le ragazze, non uscire la sera con loro che costa e invece risparmiare per comprarsi i migliori filmini… e noi ci crediamo?
A me sembra che siamo tutti troppo presi dal cool di queste nuove tecnologie, veniamo risucchiati dal marketing di industrie che ci vogliono far comprare cose che non hanno un’utilità ben precisa e ci dimentichiamo che l’unica cosa che i nostri ragazzi devono imparare ad usare è quella che si porteranno per sempre con loro: il cervello. Le tecnologie cambiano: tastiera, mouse, penna digitale, touch screen, stampante 3D… ma il cervello resta. E i soldi vanno investiti in insegnati eccellenti che insegnino ad usare il cervello, in scuole che lo proteggano dalle intemperie e anche in un po’ di carta igienica per i cessi che a quanto sembra resta sempre scarsa in Italia chè, col tablet, il sedere è scomodo pulirlo e magari mi parte una videochiamata con Skype e non è bello…

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Enrica Costa

Buona ascoltatrice, buona chiacchiera, buona forchetta...la cosa su cui ha qualcosa da dire è come fare la mamma italica in giro per il globo, mettendo a confronto la mentalità  italiana con quella di mamme provenienti da ogni parte del mondo: le mamme sono mamme a qualsiasi latitudine, cambiano solo le tecniche con cui affrontano le stesse problematiche. Il suo compito sarà  quello di presentarvi queste diverse strategie. Continua a leggere

2 Commenti

  1. Sono convinto che il cambiamento avverrà gradualmente, oggi le scuole più avanzate come la media che frequenta mio figlio hanno le lavagne ed il registro elettronico, e le insegnanti stanno imparando ad insegnare usando tali strumenti. Piano piano la copertura aumenterà anno dopo anno e forse tra 15 /20 anni tutte le scuole saranno adeguate. In italia i cambiamenti sono sempre avvenuti gradualmente, con i nostri tempi. Uno dei pochi giorni in cui ho potuto portare a scuola mio figlio gli ho pesato la cartella, quasi 8 chilogrammi. Per legge, un bambino della sua età non dovrebbe caricare sulla schiena più del 10% del suo peso, ora pesa 25 chili quindi quegli 8 chili nuociono gravemente alla sua salute,rischia lesioni alla spina dorsale ed ernia. Ovviamente se avesse tutti i suoi libri in formato digitale dentro un tablet avrebbe una cartella ” trasportabile ” anche da lui! A parer mio si, il tablet, la lavagna elettronica ed il registro digitale servono veramente, bisogna cominciare a progredire un passetto alla volta!!

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