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La settimana di San Valentino… che dramma!

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Valentine’s Day
, la festa dell’amore, capita una volta l’anno (per fortuna!) e una volta l’anno la storia si ripete: cuori, cioccolata, fiori e putti orrendi che scoccano frecce a destra e a manca.

Come l‘anno scorso Matteo deve festeggiarlo a scuola per una settimana intera in cui dimostrare “apprezzamento verso l’insegnante e i compagni”. Le celebrazioni si sviluppano secondo una precisa tabella di marcia:

Lunedì fiori alla maestra;

Martedì un pensierino (sempre per la maestra) che inizi con la prima lettera del cognome dello studente;

Mercoledì indossare un indumento del colore preferito, indovinate da chi? Dalla maestra, ovviamente (Viola, ha scelto il viola! E se fosse stato rosa? Non oso pensare come l’avrebbero presa i maschi);

Giovedì una gift card, chissà  per chi?!

Venerdì un biglietto scritto di loro pugno per la maestra (maddai??) e in più uno per ciascuno dei compagni (29!).

Dopo 5 giorni di amore a tappe forzate, direi che se facciamo seguire una settimana di totale indifferenza o persino antipatia velata ci potrebbe stare.
Giusto per disintossicarsi.
Tutte queste buone intenzioni (apprezzare la maestra e dimostrare affetto verso i compagni) vengono messe in pratica dagli americani attraverso un modo piuttosto discutibile (e costoso) per spargere buoni sentimenti nell’aria.

In nome del “politically correct“ tutti i compagni, anche quelli che non vanno proprio a genio, devono ricevere un biglietto di San Valentino perché sarebbe ingiusto se solo quelli più popolari venissero presi in considerazione.

E la maestra? Che, le vuoi dare solo uno stipendio e i regalini a Natale/compleanno/fine dell’anno? Ma che braccine corte che hai, vergogna! Ecco quindi che ogni giorno riceverà  un pensiero codificato dalla scuola, che sarà  esattamente la stessa cosa che riceveranno tutte le maestre della contea (forse anche degli Stati Uniti d’America) così da non far torto a nessuno.
Tutto questo con buona pace della spontaneità  e soprattutto della comprensione del vero significato della parola “amore” e riconoscenza.
Pochi giorni dopo il San Valentino passato, Matteo è tornato a casa con il muso lungo perché aveva litigato con qualcuno in classe. «I miei amici non sono più amici miei, non mi vogliono bene…» mi ha confidato tra le lacrime.

«Ma come non ti vogliono bene?! Ma se ti hanno scritto tanti biglietti d’affetto qualche giorno fa!»

«Ma mamma! Quelle cose non contano! Siamo costretti a scriverle, per forza, è come un compito!»

Ottimo, ho pensato, non ha ancora sei anni e già  è entrato nel loop della falsità , dell’ipocrisia e del consumismo becero.
Un conto è insegnare ad apprezzare il prossimo, un conto è forzare un bambino a dimostrare amoreregalando oggetti da quattro soldi comprati dai genitori e scribacchiando decine di letterine tutte uguali che poi è sempre la mamma a completare.
L’amore è un sentimento innato, suppongo, ma senza un giusto insegnamento, una corretta esposizione fatta di esempi concreti, non è scontato che un bambino sia capace di apprezzarlo e soprattutto esprimerlo.

Dopo la settimana di tour de force amoroso, credo che Matteo abbia perfettamente afferrato il concetto del rispettare scadenze, completare compiti che gli vengono assegnati, esercitare manualità  e far spendere soldi alla mamma. E l’amore?

Ma non sarebbe più bello insegnare loro una poesia o una canzone da cantare insieme o fargli scrivere e disegnare qualcosa a proposito dell’amore da regalare ai genitori, per esempio?

Beh, almeno in quest’ultima richiesta sono stata accontentata: venerdì appena uscito da scuola, Matteo mi ha consegnato un blocchettino di fogli a forma di cuore intitolato “A booklet about love“ by Matteo.

A pagina due, sotto il titolo “A picture of a person I love“, sorridente e con una mise turchese, ci sono io, la mamma.

Non posso dire di non essermi sciolta anche se, lo confesso, sono ancora sicura di essere al primo posto nella classifica dei suoi amori e forse per ora Matteo non ha bisogno di sapere molto di più sull’argomento.

Oppure no? Cosa ne pensate?

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Enrica Costa

Buona ascoltatrice, buona chiacchiera, buona forchetta...la cosa su cui ha qualcosa da dire è come fare la mamma italica in giro per il globo, mettendo a confronto la mentalità  italiana con quella di mamme provenienti da ogni parte del mondo: le mamme sono mamme a qualsiasi latitudine, cambiano solo le tecniche con cui affrontano le stesse problematiche. Il suo compito sarà  quello di presentarvi queste diverse strategie. Continua a leggere

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