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Post Parto. Perché a volte è la mamma stessa a rifiutare l’aiuto?

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di Deborah Papisca e Valentina Colmi

Deborah

La mia storia dedicata al post parto è ormai nota. A me in particolare, poi è diventata nel tempo anche un piccolo bene comune che ho che ho condiviso attraverso un libro che racconta senza filtri del mio essere mamma scalcinata, infelice e delusa.

Ogni aspettativa coltivata durante i nove mesi di gravidanza è stata disintegrata dalla realtà nuda e cruda che mi ha spiegato in modo brutale il vero senso della nascita di un bambino: unica e traumatica, profonda e faticosa.

Un bambino non solo ti solleva senza tanti convenevoli il tappeto sotto cui tu per anni, forse per una vita intera, hai accumulato le polveri dei tuoi limiti interiori, delle tue cecità, dei dolori non metabolizzati, ma te lo leva del tutto non permettendoti di risistemare la sporcizia che ci hai depositato e costringendoti a vedere quanto accumulo di cose da sistemare devi affrontare dentro di te.

E’ faticoso osservarsi senza battere ciglio, quasi una impresa capire che un figlio è la nostra cartina di tornasole.

Ci sono madri che dalla necessità che hanno di respirare nuovamente sano ossigeno al posto dell’anidride carbonica a cui erano abituate fingendo fosse aria pura che penetrava negli alveoli della loro anima, accettano la rimozione del loro tappeto e afferrano il primo aspirapolvere a disposizione armandosi di perseveranza e coraggio, certe che da quel tunnel prima o poi usciranno per farsi baciare da una nuova luce. Altre che non riescono nemmeno a sostenere lo sguardo fugace di quei “granelli di polvere” e si nascondono dietro la più efficace delle giustificazioni agghindata da “coliche gassose”, “notti in bianco”, “reflusso gastrico”.

Sono come me da bambina che non volendo tuffarmi in piscina per paura di non riuscire a stare a galla o di non essere capace di imparare a nuotare, millantavo dall’acqua troppo fredda, al cloro che sbiadisce la pigmentazione della pelle.

Di fatto, non tutte le neo mamme che vivono la fase delicata del post parto chiedono aiuto pur percependo un disagio che si fa sempre più incalzante. Non riescono a vedere che quel famoso tappeto che le aiuta a nascondere ma non a eliminare le radici marce della propria esistenza sta assumendo la forma di una duna del deserto. Perché questo nascondersi dietro un dito? Anzi una carrozzina?

 

Valentina

Da quella che è la mia esperienza, non è vero che non ci sia informazione. Di depressione post partum si parla – non sempre – anche nei corsi pre parto, eppure molte donne non vogliono sentirla nominare. “E’ un momento felice, perché pensare a cosa può andare male?” si sentono ripetere gli psicologi che tentano di parlare anche delle emozioni della maternità e non soltanto di travaglio o allattamento.

Per questo quando ci si ritrova con il bambino in braccio, sole e spaurite, si viene colte di sorpresa. “Ma come? Perché nessuno me lo ha detto?” Forse perché delle volte non si vuole ascoltare. Si pensa che la depressione post partum tocchi ad altre, perché tu il tuo bambino l’hai voluto.

In diverse non chiedono aiuto perché l’ultima cosa che s’immaginavano è quella di stare male, di aver bisogno di una terapia quando dovrebbero attraversare il periodo più bello della vita. Spesso il loro disagio viene confuso, non vengono prese sul serio o viene minimizzato. E non è detto che siano donne povere o con un livello culturale basso: spesso sono le professioniste, le manager ad essere in difficoltà. Perché nel loro mestiere sono abituate a non chiedere, a prendere decisioni, a contare su di sé e sul proprio sapere. Con un bambino neonato non importa quante cose tu sappia: hai di fronte una persona sconosciuta di cui prenderti cura anche attraverso prove ed errori. E molte non accettano di non essere all’altezza, di dover delegare e quindi di appoggiarsi a qualcun altro. Oltre a questo c’è la presenza del compagno o della famiglia che non riconoscono come tale il problema e incoraggiano la donna a farsi forza da sola.

Questo viene estremizzato ancor di più quando la depressione si scatena dopo una gravidanza difficile: penso a donne che hanno avuto difficoltà a concepire per via di tanti aborti o grazie a una cura per la fertilità, per non parlare di quelle che sono diventate madri dopo un tumore, o donne affette da malattie gravi come la fibrosi cistica o donne con la sclerosi multipla. Donne che hanno sofferto per avere il proprio figlio e che soffrono quando c’è: un dilemma estremamente complesso che non tutte hanno la forza, il coraggio o semplicemente il fiato per affrontare, visto che magari saranno anche stufe di tanto dolore.

L’unico modo è trovare una chiave di lettura che permetta loro di aprirsi, ma non è semplice. Per questo bisognerebbe essere un po’ tutti educati alla maternità, anche a ciò che generalmente – come dice Deborah – va a finire sotto la carrozzina.

Nel blog di Valentina potrete conoscere e riconoscere la depressione post parto, curarla e superarla serenamente!

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About Deborah Papisca

L'avvento dell'era dei blog e dei forum forgia la sua fortuna permettendole di realizzare il sogno di una vita: vedersi pubblicare un romanzo. 'Di materno avevo solo il latte' è uscito il 10 maggio 2011 e sembra avere valicato i confini delle sue aspettative oltre ad averla finalmente conclamata scrittrice ufficiale. Continua a leggere

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