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Tre mosse, tre, per sopravvivere alle pulizie di primavera

cambio armadi

Considerata la mia resistenza a qualsiasi lavoro domestico (l’unica attività che amo fare è pulire il gas, la trovo meditativa e mi piace vedere le macchie di vario tipo sciogliersi a contatto con lo sgrassatore, mi da la sensazione di una purificazione anche di me stessa) credo che in un’altra vita sia stata la sguattera più sfruttata nei peggiori bar di Caracas. No, dico davvero. Non sopporto stendere i panni e in particolare raccoglierli, che poi li ammasso senza pietà nelle ceste della biancheria da stirare e li lascio lì abbandonati a se stessi, immagino tra non molto nuove campagne di sensibilizzazione a tutela e protezione di felpe, camicie, calzoni dimenticati che ti guardano con gli stessi occhi languidi di un cane legato al guardrail dell’A14.
Odio sparecchiare e svuotare la lavastoviglie. E non mi parlate del cambio degli armadi. E’ contro il diritto femminile, viola il benessere interiore di una donna. E’ una delle azioni più truci che dobbiamo affrontare ogni sacrosanto anno, e come ogni sacrosanto anno è d’obbligo la caterva di imprecazioni che fanno danzare i calendari di tutto il paese. O almeno quello di casa mia senza dubbio.
Apro l’armadio ai primi raggi caldi del sole e delle temperature che fanno ben sperare di spegnere una volta per tutte il riscaldamento e trovandomi di fronte al mio tempio fashionista decadente mi scende una mestizia di quelle che spesso mi chiedo se si tratti di un guardaroba o di una mezza discarica di panni usati.
Poi alzo lo sguardo più in su e al pensiero di prendere la scala e raggiungere le alte vette del mio armadio in cui stagliano scatoloni pieni di vestiti che continuo a conservare e a non mettere, mi viene voglia di fare incetta di kleenex e di scolarmi una bottiglia di vodka liscia.
Poi mi aggiro per il resto della casa pensando che l’ultima sistemazione degli interni della cucina risale tipo al ‘15/’18, non riordino i cassettoni delle lenzuola dal cretaceo e non voglio nemmeno pensare al cassetto delle calze e calzini, almeno tre quarti di loro sono rimasti vedovi dei loro compagni che va a capire se ho il cestello della lavatrice che se li mangia ogni volta.
Allora, lo scorso anno mi sono rimboccata le maniche stufa di una situazione bloccata e ripetitiva e perciò mi sono ingegnata su tre semplici mosse per superare la crisi stagionale:
1) Cambio dell’armadio: si parte dalla gonna jeans che continuo a conservare con la speranza di eliminare quei tre, quattro chili che mi permettano di chiudere la lampo senza mettermi stesa e in apnea fino a diventare violacea, e via che si continua con questa modalità di taglio fino a rimanere con gli abiti di riferimento, quelli certi, quelli che “non puoi stare senza”, poi anche se resti con due paia di calzoni e una maglia e l’interno del tuo armadio che fa eco, meglio. Ti rifai con due o tre accessori;
2) Sistemazione interni della cucina. Io non so davvero che cosa abbia avuto durante i miei primi anni di matrimonio, follia pura. Ho comprato oggetti, utensili, pentole e pentolini utili quanto una stufa accesa a ferragosto. Cosa avrò avuto in testa quando ho comprato il levatorsoli? O lo spremiaglio? O la vaporiera a più piani che solo lei occupa almeno tre ante della cucina? E, per favore, la friggitrice. Ho spalmato tutta l’oggettistica da compratrice compulsiva tra amiche con la passione per i fornelli e anche in questo caso sono rimasta con tre pentole: una per cuocere la pasta, una per cuocere alla griglia, una per friggere, cuocere in padella e farci anche i sughi.
3) Riesumazione divani e tappeti. Tra figlia che ci gioca come fosse un gonfiabile e il cane che ci fa le capriole, si struscia, si gratta la schiena marcandone il territorio, il mio povero divano ad angolo che avevo adornato di cuscinoni e che faceva la sua porca figura con gli ospiti sembra un oggetto da museo. Il tappeto ha subìto una stratificazione di polvere e peli di quadrupede che pure l’aspirapolvere mi è andata in crisi. Qui ho adottato la strategia bellica e filo dittatoriale di intimare i distruttori di casa a non commettere più reati così terribili nei confronti del pezzo di arredamento più comodo di casa. Ho contato fino a tre, ripetuta tra me e me “dai, che c’è di peggio nella vita” e ribaltato cuscini, sbattuti nemmeno fossero bicchieri di tequila boom boom, lasciati all’aria aperta tutto il giorno, spalmato di bicarbonato il tappeto (metodo efficace per disinfettarlo e raccogliere meglio tutto: dalla polvere, all’acaro barzotto) e convinto l’aspirapolvere a mettercela tutta.
Ora il divano ha riconquistato la sua dignità, la figlia ha contribuito coattamente alla sua bonifica (l’ho ricattata in modo imperdonabile se non mi avesse aiutata nelle pulizie domestiche di primavera) e il cane “scapriola” su un lenzuolo che fa da copertura alla parte su cui è abituato a sedersi.
Poi il prossimo anno, alle porte del refresh stagionale immagino una crisi al contrario: “ommioddio non ho nulla da mettermi, per cucinare, per vivere…” e mi ritroverò a ricomprare ciò che ho buttato e dato via.
Così va il mondo.
Il mio mondo…

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About Deborah Papisca

L'avvento dell'era dei blog e dei forum forgia la sua fortuna permettendole di realizzare il sogno di una vita: vedersi pubblicare un romanzo. 'Di materno avevo solo il latte' è uscito il 10 maggio 2011 e sembra avere valicato i confini delle sue aspettative oltre ad averla finalmente conclamata scrittrice ufficiale. Continua a leggere

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