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L’inserimento all’asilo serve al bambino o alla mamma?

inserimento asilo

Quando mi hanno raccontato cosa fosse l’inserimento all’asilo la mia reazione è stata del tipo: “ehm… davvero?”.
Tradotto : ero perplessa.
Vivevo in Australia all’epoca e avevo lasciato l’Italia che questa procedura non era ancora in voga, o per lo meno suppongo fosse così visto che non avevo ancora figli e semplicemente non ero interessata ad informarmi sul sistema scolastico italiano aggiornato al 21º secolo.

La mia personale esperienza con i miei figli in continente Australiano e Americano e le mie conseguenti riflessioni riguardo all’asilo, ricalcano molto quello che ho letto in quest’articolo.
Il primo giorno d’asilo è un momento di passaggio per figli e genitori piuttosto importante, è innegabile.
Azzarderei però che spesso il disagio provato sia molto più sentito dal genitore che dai figli e parlo per esperienza personale.

Avete presente quello che succede quando in risposta al pianto del bambino la mamma (di solito è lei quella più affetta dallo stress da primo giorno) si sente il cuore stringere e sanguinare di dolore, prova l’impulso irrefrenabile di saltare al collo della maestra sbranandola e a stento si trattiene dal tirar giù la scuola con la sua furia omicida e il tutto per riportare a casa il pargolo indifeso? Ecco, quella sono io, ma sono certa che tra di voi ce ne sono molte che si riconoscono in questa accurata descrizione che ricorda molto quella di uno squalo tigre affamato e con il mal di denti.

Nonostante ogni buona intenzione, di fronte a quei due faccini tristi dei miei figli, quelle lacrime e l’invocazione straziante “Mammaaaaaa”, io mi sentivo morire.
Devo ammettere che Matteo tutto sommato non ha mai fatto grandi storie, mentre Davidino durante i primi mesi di asilo due anni fa mi ha fatto vedere i sorci verdi.
Tra Sydney e la California, di scuole materne ne abbiamo girate tante e se devo essere sincera non ho mai incontrato nessuna maestra che mi abbia parlato di inserimento.
Anzi, proprio nella scuola di Davide la procedura è che se il bambino piange, la mamma deve andarsene il più velocemente possibile con la rassicurazione da parte della maestra che nel giro di pochi minuti il piccolo dimentica le lacrime e comincia a giocare.

Lasciare Davide in quel primo periodo non è mai stato facile e dopo aver chiuso la porta della classe alle mie spalle, sono rimasta spesso ad ascoltare i suoi pianti, sull’orlo delle lacrime io stessa.
A conferma di ciò che diceva la maestra però, nel giro di pochi minuti il pianto cessava e se azzardavo una sbirciatina dalla porta a vetri la scena era sempre la stessa: Davidino giocava tranquillo con i compagni mentre la maestra gli stava accanto parlandogli con dolcezza e sorridendogli costantemente.

Posso affermare con tranquillità che attualmente sono molto più fiduciosa, tranquilla e serena: porto Davide all’asilo e lo lascio con il cuore pieno di gioia, senza più scene di dolore da madre sull’orlo di una crisi isterica.
Ah, si… ovviamente anche lui è felice come una Pasqua!

Se devo dare un giudizio, nonostante i miei precedenti dolorosi, sono contro l’inserimento all’asilo, un po’ perché la mia filosofia è “via il dente, via il dolore”, un po’ perché ritengo che se il bambino non soffre di qualche serio problema psicologico/emotivo tale per cui situazioni di stress possono causare reazioni gravi, non penso che il distacco temporaneo dal genitore sia un trauma tale da segnarlo a vita, danneggiandolo irrimediabilmente.
Voglio dire, a parte qualche caso particolare che sicuramente sarà stato registrato negli annali delle scuole materne italiane, l’inserimento è roba recente e non mi pare che in Italia si siano allevate generazioni di psicopatici, sociopatici e maniaci compulsivi o sbaglio?

Come l’autrice dell’articolo riportato sopra, anche io ritengo che insegnare l’indipendenza ai figli sia una delle cose più importanti che un genitore possa fare.
La mamma e il papà ci sono ma non sono sempre presenti fisicamente. L’ansia verso il nuovo è naturale come naturale devono essere le reazioni che vengono messe in atto per affrontare questa emozione e superarla.
La confidenza e la serenità di un bambino si costruiscono gradualmente e non tutti partono dallo stesso livello: certi bimbi sono più nervosi rispetto ad altri al momento della separazione, ciò nonostante tutti dovrebbero arrivare allo stesso punto ovvero affrontare con più calma possibile ogni nuova esperienza.
Il mio stare male di fronte alle lacrime di Davide era dovuto al fatto che mi sentivo in colpa, pensando di abbandonarlo in un luogo alieno.
Proiettavo la mia ansia da separazione, aggravando la situazione e dando un significato a quel pianto che in realtà non c’era. Non che Davide non fosse triste e non si sentisse abbandonato, ma la profondità del suo stress non aveva nulla di anomalo.
Seguendo le istruzioni della maestra e lasciandolo alle prese con la situazione, lui ha imparato a gestire l’ansia, capendo che il distacco era temporaneo e che il luogo dove la mamma lo lasciava era sicuro e divertente.
Un passo verso una vita fatta di sfide spesso difficili da affrontare spesso da solo. Credo di aver dimostrato il mio amore nei suoi confronti, dandogli la possibilità di risolvere un problema senza bisogno del mio costante supporto.

Voi cosa ne pensate?

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About Enrica Costa

Buona ascoltatrice, buona chiacchiera, buona forchetta...la cosa su cui ha qualcosa da dire è come fare la mamma italica in giro per il globo, mettendo a confronto la mentalità  italiana con quella di mamme provenienti da ogni parte del mondo: le mamme sono mamme a qualsiasi latitudine, cambiano solo le tecniche con cui affrontano le stesse problematiche. Il suo compito sarà  quello di presentarvi queste diverse strategie. Continua a leggere

3 commenti

  1. La mia bambina d 21 mesi ha iniziato l’asilo nido da 3 settimane,l’inserimento è stato graduale ma veloce, e secondo me è stato meglio così. Tutt’ora piange quando la lascio li,ma appena vado via,10 minuti e va a giocare come se niente fosse. Allungare troppo l’inserimento secondo me invece d aiutare il bambino, rimanda solo l’inevitabile xè prima o dopo la mamma esce dalla stanza,bambino piangente o meno.l’importante secondo me è chiarire al bambino che anche se la mamma va via per un po’,tornerà sempre a riprenderlo.

  2. Condivido a pieno quanto evidenziato da Enrica! Basta con questi inserimenti che durano un mese!! I bambini si adattano facilmente! Siamo noi genitori a dover fare inserimento dato che trasmettiamo spesso e volentieri l’ansia da distacco al nostro pargolo.
    Il mio bimbo Francesco è stato “inserito” all’asilo nido a 7 mesi e non ha versato neanche una lacrima!!!
    Ho vissuto insiema a lui questa nuova esperienza con molta serenita’ e senza sensi di colpa di averlo lasciato.
    Anzi…mi sono goduta qualche ora di libertà dopo mesi che non ne avevo!!!
    Sarò una madre snaturata??!!!

  3. Io penso che l’inserimento debba durare una settimana, come nei nidi privati. Se si manda un bambino al nido spesso è perchè la mamma lavora, ma come si fa a lavorare e a fare un inserimento che dura un mese?
    Sono mamma di un bimbo di 27 mesi che va al nido da quando ne aveva 7. Abbiamo dovuto scegliere sempre nidi privati perchè i comunali non sono conciliabili con i ns orari, nonostante diano punteggio più alto a chi ha entrambi i genitori lavoratori a tempo pieno. I comunali hanno l’inserimento che dura un mese, chiudono alle 16:30 (ma se lavoro a tempo pieno come faccio ad andarlo a prendere prima delle 18?), e appena il bambino ha 38 di febbre lo spediscono a casa e per riprenderlo chiedono il certificato medico, quindi finisce che lo devi tenere a casa almeno 3 giorni.

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