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I figli come frutti maturi su un albero

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Ero incinta di Matteo quando un giorno, durante la lettura dell’ennesimo libro sulla maternità , una frase mi ha colpita in particolar modo: i figli sono come frutti maturi su un albero.

Noi mamme-albero li facciamo nascere, nutriamo, cresciamo e prepariamo affinché proseguano il ciclo della vita.
Quell’immagine così romantica non mi ha mai abbandonata, ma con il passare del tempo ha dato vita a dubbi e domande.

Prima che Matteo nascesse mi immaginavo come una mamma illuminata, serena, dalla mentalità  aperta e capace di insegnare ai figli l’indipendenza necessaria per stare al mondo.
“E che ci vuole!”, pensavo.

Con la nascita di Matteo però, la depressione post parto mi ha travolta come un treno lanciato a tutta velocità , per di più sprovvisto di freni.
Più che frutto da far maturare, vedevo mio figlio come una cornacchia chiassosa, un ospite indesiderato sui rami fragili di una pianta malata e prossima alla caduta.
Dopo aver toccato il fondo e con fatica essere tornata in superficie, ho ricominciato a vedere mio figlio come un frutto da far maturare con amore e dedizione.

La maternità  è un po’ come le montagne russe: tocchi il cielo con un dito per poi subito dopo precipitare in caduta libera, convinta che nulla potrà  salvarti dal diventare marmellata spalmata su un muro.
La nascita di Davide, il mio secondogenito, ha nuovamente distorto l’immagine dei figli come frutti maturi su un albero, costringendo a chiedermi perché mai li facciamo, ‘sti benedetti bambini, per quale motivo mettiamo al mondo gnometti che ci tolgono il sonno, prosciugano le nostre energie e inceneriscono ogni nostro neurone funzionante, lasciandoci reattivi come una medusa dopo l’elettroshock.

Per molti è sufficiente dire “sì, è faticoso, ma ne vale la pena ogni volta che vedo il sorriso dei miei bambini”.
Dolcissima risposta, ma un poò da psicopatici: del tipo “martellarmi gli alluci mi procura un dolore devastante, ma così posso vedere tutte le stelle del firmamento!”. Di uno così cosa ne fareste? Io chiamerei la neuro, non so voi.

Adoro i miei figli, l’ho già  detto e sempre lo ripeterò, però ho bisogno di credere che ci sia qualcosa in più della personale soddisfazione (o masochismo) nel mettere al mondo dei bambini che ci riempiono la vita di cacca e sorrisi, di capricci e baci.
Comincio solo ora a comprendere a pieno il significato di questi frutti da far maturare.

Fare figli è un modo concreto di esternare la propria generosità  nei confronti della vita, il che non significa che chi non fa figli sia un egoista. Magari ha altri modi (meno impiastricciati di fango e residui di cibo) di essere generoso, tutto qui.

Io ho scelto di donare al mondo due bambini e devo dire che per i primi anni di vita di Davide, mi sono domandata se per caso non avessi fatto più un dispetto all’umanità  che altro.

Ma poi il tempo passa e, lo dico sottovoce, comincio ora ad intravedere in lui l’ombra di una personcina con ottime possibilità  di dedicare la propria intelligenza alle forze del bene.

Tra questi alti e bassi i dubbi però aumentano.

Fare maturare i frutti dell’albero è difficile e per quanto sia bello vederli crescere, ora la domanda che mi si pone è: perché dopo tanta fatica li devo lasciare andare?

Sono entrata in una fase di bipolarità  materna: se da un lato cerco spazi da dedicare solo a me stessa e alle mie esigenze, dall’altro non vorrei mai separarmi dai miei mostriciattoli.
Non vorrei lasciarli andare ma so che prima o poi loro si staccheranno e non voglio ritardare il momento perché questo sarebbe come far cadere frutti troppo maturi che all’impatto con il mondo non reggerebbero il colpo, spappolandosi e perdendo la possibilità  di dare un senso alla loro vita.
Sarebbe come rendere inutile e sprecato il gesto di generosità  di una mamma.

Ma sono solo io che mi faccio tutte ‘ste “pippe” mentali o anche voi siete in balìa di questi dubbi da esaurimento galoppante?

Kahlil Gibran diceva a proposito dei figli:

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About Enrica Costa

Buona ascoltatrice, buona chiacchiera, buona forchetta...la cosa su cui ha qualcosa da dire è come fare la mamma italica in giro per il globo, mettendo a confronto la mentalità  italiana con quella di mamme provenienti da ogni parte del mondo: le mamme sono mamme a qualsiasi latitudine, cambiano solo le tecniche con cui affrontano le stesse problematiche. Il suo compito sarà  quello di presentarvi queste diverse strategie. Continua a leggere

6 commenti

  1. Ciao Enrica, come ti capisco!!!
    Io sono una neo mamma di soli 7 mesi e già  mi trovo a combattere con sensi di colpa e dubbi amletici che mi sembrano impossibili da risolvere. La settimana scorsa la mia bimba ha iniziato il nido, e mentre da un lato non vedevo l’ora di portarla per trovare un po’ di tempo per me e un attimo di respiro, ora mi piange il cuore a lasciarla parcheggiata lì per quattro ore, anche se so che le fa solo che bene!!!
    Com’è difficile essere genitore, peccato che quando si decide di mettere al mondo un figlio si veda solo il lato positivo e roseo delle cose, e anche se le amiche e i conoscenti vari ti avvisano di quanto sarà  dura il più delle volte si fa orecchie da mercante, almeno io ho fatto così, dicendomi che ce l’avrei fatta e sarei stata energica e caparbia….ce la sto mettendo tutta , ma non è certo una passeggiata…..quella ormai la sogno!!!
    Ciao e “buon lavoro” con i tuoi figli!!!
    Ilaria

    • Penso che tutte si sentano come te quando devono separarsi dai bimbi cosi` piccoli, pero` bisogna non farsi incastrare dal senso di colpa perchè non esiste.
      Non è mai una passeggiata anche se per alcune mamme è forse più semplice che per altre: in ogni caso prendere coscienza della realtà per quello che è, è il primo passo per vivere bene la maternità! Sono certa che stai facendo un magnifico lavoro Ila!

  2. Domenica mattina ho avuto il piacere di partecipare ad un meet-up di mamme di diverse nazionalita’ con figli dai 2 ai 3 anni. La cosa che mi ha stupito e’ stata notare che i bimbi che vanno all’asilo sono molto piu indipendenti e sono stati subito capaci di entrare in sintonia e giocare tra di loro, nonostante lingue diverse ecc. Non parliamo poi nel ristorante, abituati all’asilo dove mangiano da soli, noi mamme siamo riuscite perfino a chiaccherare tra di noi! Mi ha colpito una mamma che invece ha deciso di tenere il figlio (3 anni) a casa dall’asilo perche’ “me lo voglio godere sempre” nonostante la sorellina in arrivo fra poche settimane…Il bambino in questione non ha lasciato la madre respirare neanche un attimo, soprattutto durante il pranzo, e ho trovato che non socializzasse molto con gli altri bambini. Non so dicendo che sara’ un asociale o subira’ dei danni psicologici da questo, perචsecondo me la madre lo sta privando di esperienze importanti, che il bambino necessariamente deve compiere da solo (senza mamma) e mi sembra egoistico tenerlo sempre perche’ “te lo vuoi godere”….Non tiene in considerazione che il figlio deve prima di tutto imparare a stare nel mondo da solo, noi possiamo solo fare da guida e da supporto, ma non ci dobbiamo sostituire a loro e limitare la loro indipendenza.

    • Cara Maria, hai ragione e lo vedo anche io sia in australia quando vivevo la, sia ora negli States: in effetti i figli li lascio molto liberi, solo che devo fare i conti con un ansia più profonda del semplice lasciarli andare a giocare e socializzare con i coetanei.

  3. hai scritto pari-pari i miei pensieri…:-)

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