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Storia di L, mamma adottiva

Questa è la storia di una famiglia italiana come tante che non potendo avere figli, ha deciso di intraprendere il lungo e faticoso percorso dell’adozione.
Mamma L racconta la sua esperienza, buona lettura!

Come tutti gli aspiranti genitori adottivi sanno, il Tribunale dei Minori (per noi TdM) chiama quando ha da proporre un abbinamento, il giovedì all’ora di pranzo. Così, dopo il colloquio col giudice che conclude l’istruttoria (che dura circa 2 anni), tutti i suddetti (specie le mamme) trascorrono i pranzi del giovedì in trepidante attesa del fatidico trillo.

Poi, man mano che i mesi passano, anche le mamme più attente e apprensive capiscono che per la loro salute è meglio gustarsi il pranzo del giovedì in serenità .

Trascorso anche il primo anno, mentre gli aspiranti papà  continuano le loro vite apparentemente spensierati, le aspiranti mamme, sapendo che alcune l’hanno fatto prima di loro, preparano una lettera informale con cui rinnovare la propria disponibilità  ad accogliere un bambino in stato di bisogno.

E così, naturalmente, ho fatto anche io poco più di un anno fa: ho scritto la lettera con molta convinzione, l’ho conservata per un pò fino a che, un bel giovedì di Giugno, mi son detta che era giunto il momento di spedirla.

Ma solo nel pomeriggio perché, come tutti gli aspiranti genitori adottivi sanno, il TdM chiama, quando ha da proporre un abbinamento, il giovedì all’ora di pranzo.

Dopo una normale mattina di lavoro in ufficio, mentre mi preparavo per la pausa pranzo, mi squilla il cellulare. Solito tempismo di qualcuno che mi disturba sempre quando decido di staccare la spina.

 

«Pronto?»

«Signora Pincopalla?»

«Sì?!»

«Sono la Dottoressa Taldeitali del Tribunale dei Minori. La chiamo perché vorrei sapere se suo marito e lei potete essere qui nel mio ufficio alle 17 di questo pomeriggio. La questione è molto urgente.» Passo e chiudo.

E’ il Giudice!

E questa è la tanto attesa chiamata!!

Ok, aspetta un attimo. Capita che richiamino le coppie per ulteriori approfondimenti  ma non. Con. Urgenza!!!

«In Tribunale, alle 17, ci saremo!»

Cercavo di mantenere un tono calmo e neutro, ma avevo il cuore impazzito e non so nemmeno come abbia fatto a mascherare il tremolio della voce.

Per prima cosa ho chiamato mio marito.

Poi avrei voluto urlare all’impazzata.

Ciò che è avvenuto dopo non lo ricordo, forse ho parlato molto ed ero carica come una molla. Mio marito era perplesso, in effetti avevamo appena finito di correre come due matti per preparare una montagna di documenti (alcuni anche piuttosto assurdi) da spedire in Nepal, dove nel nostro immaginario ci aspettava una bimba dagli occhi a mandorla o dai tratti di una principessa indiana di 3/4 anni.

Ma con il Nepal c’erano problemi non indifferenti: per sospette irregolarità  nelle procedure di adozione i nostri documenti, frutto di tempo (tanto), fatica e speranze, erano diventati in poche ore carta straccia.

Eravamo distrutti e mentre io pensavo a scrivere la mia lettera informale da mandare al TdM, mio marito pensava ad un altro paese estero.

Quella telefonata, insomma, era arrivata in un momento difficile in cui ci sentivamo sconfortati, abbandonati e profondamente sfiniti.

Alle 17 di quel pomeriggio siamo andati all’appuntamento più importante (ma non ancora il più emozionante) della nostra vita.

In un ufficio spoglio e grigio del Tribunale ci aspettava una donna sorridente e pacata con una cartelletta in mano.

Seduti fianco a fianco, abbiamo ascoltato la storia di un “ranocchietto” di 3 settimane non riconosciuto, prematuro, di appena 1.700 grammi.

Ce lo proponeva poiché avevamo ufficialmente dichiarato nella nostra scheda la disponibilità  per qualsiasi provenienza etnica o religiosa.

Per noi non sussisteva nemmeno il “rischio giuridico” (quello per cui la famiglia biologica può opporsi all’adozione e tenere il bimbo in scacco fino a causa risolta).

Il problema era un altro e ben più grave.

Sulla scheda di quella piccola creatura risuonavano parole pesanti e taglienti: prematuro grave, rianimato, intubato, terapia intensiva, emorragie cerebrali.

Mentre col cuore eravamo genitori già  da 3 ore e mezza, la testa ci diceva di pensarci bene, stessa cosa ci consigliava di fare il giudice, che ci ha concesso qualche giorno per pensarci.

In ogni caso il “ranocchietto” era nostro figlio.

E noi eravamo sconvolti.

Da una tanto sognata principessa nepalese (già  svezzata e spannolinata), ci trovavamo un piccolo maschietto prematuro.

Lo abbiamo incontrato in ospedale, nel reparto di terapia intensiva neonatale, scortati da un’assistente sociale e dallo staff medico che per quasi un mese si era preso cura di lui.

Ricordo il caldo, la testa nel pallone, ci tenevamo per mano e seguivamo l’assistente sociale per un percorso che sembrava un labirinto. Avevo la sensazione di non vedere bene, di non sentire bene, ricordo distintamente un ascensore e un pavimento di linoleum verde e tante porte.

E una paura gigantesca.

Abbiamo indossato cuffia, camice, copriscarpe e lavato le mani.

Entrando nella stanza con tutte le incubatrici in fila ho intravisto nella prima il suo piedino e tutta la paura è sparita: ” La mamma e il papà  sono qui, piccolo, piccolissimo colibrì””

Tutti ci osservavano, parlavano, raccontavano, aggiornavano (terrorizzavano), ma noi non sentivamo nulla.

In quel momento eravamo solo io, mio marito e il nostro bambino.

Andavo in ospedale ogni giorno, il papà  allestiva in fretta e furia la cameretta, comprava culla, carrozzina, passeggino e dopo appena un mese lo abbiamo portato a casa. Di lì in avanti la nostra vita è stata più quella dei genitori di un bambino gravemente prematuro, piuttosto che adottato, tra follow-up, visite, controlli, accertamenti e tanta fisioterapia, ma oggi il piccolo colibrì è un vitellino!

Sinceramente non è stato immediato sentirlo “figlio”, forse anche per tutto questo andirivieni dagli ospedali, che in alcuni momenti è stato stressante.

Oggi però mi viene naturale dirgli che fa questo e quello come suo papà  o i suoi zii, e mia madre sostiene che sia uguale a me alla sua età .

Che dire, siamo stati molto fortunati!

Non so quanto impieghino mediamente le coppie adottive a concludere il loro iter, ma noi, considerando come inizio la prima telefonata informativa ai servizi sociali, ci abbiamo messo poco più di tre anni.

Nella nostra regione, l’Emilia-Romagna, si comincia contattando i servizi del proprio comune di residenza per essere inseriti in un corso formativo/informativo di quattro incontri obbligatori, che screma il numero di “incoscienti” che hanno il coraggio di continuare.

Dopo circa un anno inizia l’istruttoria vera e propria, che consiste in circa 8 incontri di coppia con una psicologa e un’assistente sociale. Questa è la fase che le persone generalmente definiscono “essere rivoltati come calzini”, ma per noi, complice un’equipe molto competente, non è stato così.

Naturalmente ci è stato chiesto tutto ma proprio tutto su di noi: dalla nascita ad oggi, sulle nostre famiglie, la nostra vita di coppia, le nostre aspettative, la differenza tra il figlio immaginato e quello reale (che a mio avviso è una tematica che farebbe bene anche ai genitori biologici affrontare!).

Questa fase ci ha cambiato molto, come individui e come coppia perché inevitabilmente si è costretti a riflettere su se stessi e moltissimo sui propri limiti e su quelli dell’altro.

Noi ne siamo usciti molto uniti e devo dire che questo, nel campo dell’adozione, fa la differenza.

L’adozione è una gravidanza lunga e difficile in cui c’è poco dei momenti che uno si immagina quando vede crescere una pancia e con essa un bambino, il “tuo” bambino, ed è una gravidanza che riguarda mamma e papà  nella stessa percentuale.

Poi l’istruttoria al Tribunale dei Minori, e il colloquio decisivo con il giudice, e poi la sua decisione finale se inserire la coppia in lista o rimandarla all’inizio del percorso.

E ancora l’attesa.

Quando abbiamo capito che sarebbe stato molto difficile avere dei figli, abbiamo avuto reazioni molto diverse: io, col mio Cicciobello nero che mi segue in ogni trasloco, avevo pensato subito all’adozione; mio marito, invece, preferiva aspettare e provare altre alternative, in fondo eravamo giovani (io avevo 30 anni, lui 31) e i medici ci davano buone possibilità  con la Pma.

Abbiamo sentito varie campane, ma nessuno ci sapeva dire con esattezza che effetti avrebbero avuto le (pesanti) stimolazioni sulla mia endometriosi severa.

L’unica cosa certa era una lunghissima lista di esami da fare prima e dopo, un piano terapeutico difficile da affrontare per me che non prendo manco un’aspirina e un consenso informato che ti faceva venire i brividi e che io non avrei firmato senza un avvocato.

La scelta tra un percorso e l’altro restava quindi una pura questione di “sentimento”: cosa ci fa stare meglio (o meno peggio)?

Alla fine abbiamo deciso, di comune accordo, che la via medica non faceva per noi.

Mio marito non era però ancora pronto per l’adozione e io ho deciso di aspettarlo: gli ho dato il numero dei servizi sociali, li avrebbe contattati  quando si fosse sentito pronto.

Non molto tempo dopo abbiamo cominciato, prima impauriti e un po’ disorienati poi, lentamente, sempre più consapevoli.

Fino a che quel fatidico trillo, giovedì a pranzo, non si è fatto sentire.

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About Enrica Costa

Buona ascoltatrice, buona chiacchiera, buona forchetta...la cosa su cui ha qualcosa da dire è come fare la mamma italica in giro per il globo, mettendo a confronto la mentalità  italiana con quella di mamme provenienti da ogni parte del mondo: le mamme sono mamme a qualsiasi latitudine, cambiano solo le tecniche con cui affrontano le stesse problematiche. Il suo compito sarà  quello di presentarvi queste diverse strategie. Continua a leggere

8 commenti

  1. Commossa. E tanto.
    Io ci penso all’adozione, eccome. Ci abbiamo pensato sin da subito con mio marito, anche se ancora non abbiamo provato ad avere bimbi nostri, anche se non so se mai li avremo.
    L’iter l’ho vissuto di riflesso con un collega che, purtroppo, non è stato altrettanto fortunato ed ha dovuto rinunciare.
    Ammiro tanto chi sale questa china, ma immagino che il panorama, di lassù, sia magnifico.

  2. nella parte della terapia intensi mi sn riconosciuta tanto… che racconto emozionante! infatti con mio marito parlavamo che se nn avessimo potuto avere dei figli avrei affrontato la strada dell’adozione… tortuosa, difficile e diversa…auguri a questi genitori coraggio, perchè quando porti a casa un bimbo dalla TIN nn è mai facile.Mi chiedo solo il perchè i genitori naturali nn abbiano riconosciuto questo frugoletto, che cosa aveva di diverso? cmq è nata una famiglia ed è la cosa più bella!! ancora tantissimi auguri!!

  3. con le lacrime agli occhi dico bravi a questi genitori fantastici!!! Saranno un uomo e una donna con una marcia in più, coraggiosi, pieni di speranza e di amore!!! Grazie per aver condiviso perchè mi avete fatto riflettere sulla grande fortuna che ho ad avere 3 bimbi che non ho dovuto aspettare, desiderare con forte apprensione… i miei sono arrivati e basta!!! e sono genitore a volte “inconsapevole” della fortuna e privilegio che ho di avere i miei bimbi!!!

    • Cara Barbara,
      hai fatto un commento giustissimo: l’inconsapevolezza che si ha del privilegio ad averli avuti subito dopo averli voluti.

      Un abbraccio,
      B.

  4. Salve sono Rina e mamma di due bimbe di 2 anni la prima e quasi 6 mesi la seconda; questo racconto mi ha molto emozionato l’adozione è una realtà  che spesso ritorna nella mia vita e a cui a volte penso.
    Volevo solo dire una cosa in riferimento al fatto di “sentire subito il bambino figlio”, anche per me non è stata una sensazione immediata pur avendo avuto 2 figlie “naturali”, soprattutto i primi mesi mi sorprendevo a guardarle e a chiedermi se mi rendevo conto che erano fifglie mie! Questo per dire che anche con un filgio naturale, può servire del tempo per stabilire un legame profondo che però poi durerà  tutta la vita.
    Un mega in bocca al lupo per la nuova avventura ed un abbraccio
    Rina

    • Matteo ha 5 anni e Davidino 2 e li ho fatti io… eppure anche io ogni tanto li guardo e mi chiedano da dove siano venuti… O_O

      A parte gli scherzi, hai proprio ragione Rina, essere madri, qualunque sia la modalità, puo`essere un’esperienza cosi` travolgente da sconvolgere la psiche di una donna fin dalle radici.
      Grazie per aver condiviso con noi il tuo pensiero!

  5. Che bello questo racconto, anche io ho sempre pensato che se non avessi potuto avere figli avrei scelto la via dell’adozione.

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