Dolce arte dell’allattamento, viene chiamata da alcuni. Suona così soave e romantico. E invece a volte può essere un vero e proprio incubo.
Ho partorito i miei diavoletti (Tasmaniani) a Sydney e devo dire che di assistenza a neomamme inesperte ce ne è tanta, non male anche il “pronto soccorso” per quelle rimbambite come me, che per tutta una vita ha desiderato avere un bambino e quando questo è arrivato, le è cascato il mondo in testa (essendo nell’altro emisfero è comprensibile).
Comincio dall’allattamento. Prima che nascesse Matteo avevo letto un sacco di libri in proposito, partecipato ad incontri con esperti consulenti dell’allattamento in ospedale, parlato con la levatrice, insomma, pensavo di aver tutto sotto controllo.
Evidentemente mi sbagliavo visto che al “primo contatto” tra Matteo e la mia tetta non era scattato l’amore.
Quando una donna diventa mamma, si ritrova a dover affittare il suo corpo ad un esserino indifeso ma dalla caparbia volontà di sopravvivenza. Ti ritrovi con un seno da pornodiva con la differenza che duole, perde liquido giallastro prima e biancastro dopo ed è attraente solo per un nanetto con il pannolino. Non è una gran prospettiva questa; se poi si conta che spesso si indossano reggiseni che paiono catafalchi degli anni ‘20, tutto il romanticismo dell’allattamento svanisce.
Ostetriche ed infermiere ti spingono subito ad attaccare il pargoletto ululante appena venuto al mondo, in modo che possa sorbire il colostro, prezioso apporto di anticorpi materni. Il piccolo, cominciando a succhiare, innesca la catena di ormoni che stimola la montata lattea.
Tutto bello, tutto interessante, ma quando si è al dunque che si fa?
Matteo lo avevo attaccato ma mi sentivo tanto un idraulico che deve connettere un tubo con sezione tonda ad uno con sezione quadrata: Matteo non ciucciava e piangeva disperato, io presa dal panico, cercavo di infilargli il capezzolo a forza in bocca, con il solo risultato di ficcarglielo negli occhi.
Ma un bel giorno in mio “soccorso”venne Hitler . Un’infermiera di forma cubica, con un porro grosso come una ciliegia sul mento e due occhiali spessi quanto un binocolo da commando. Parlava un inglese con un accento indiano così marcato che avrebbe fatto saltar la mosca al naso persino a Gandhi.
Costei era di turno di notte e la sua missione era quella di istruire me e mio figlio all’arte dell’allattamento. Arrivava con passo marziale, mi sbatacchiava per bene per svegliarmi dal coma notturno, prendeva Matteo come fosse un sacchetto di sabbia da sistemare ai bordi della trincea e poi cominciava il supplizio: senza troppe cerimonie mi pigliava la tetta con una mano, con l’altra la testa di Matteo e poi li faceva collidere.
Nei suoi piani Matteo doveva attaccarsi e cominciare a succhiare, nei progetti di Matteo c’era tutt’altro…
Allora si partiva con la tortura del tirarsi il latte: siccome in fronte avevo scritto vaccarella gioconda, ecco che Hitler in gonnella cominciava a spremermi, strizzarmi e mungermi la tetta per cavarne fuori qualche goccia di prezioso colostro. Poi lo raccoglieva con una siringa senza ago da ficcare successivamente nella bocca di Matteo, l’infame, che succhiava con avidità la plastica della siringa.
Secondo lei, per stimolare la montata, avrei dovuto passare il tempo ad allattare mio figlio e quando giustamente lui si riposava, avrei dovuto continuare a mungermi a mano o con l’ausilio della mungitrice… ops, pompa tiralatte elettrica.
Quest’ultima era così rumorosa che dopo la prima mezz’ora di funzionamento, la mia vicina di letto aveva raccolto baracca e burattini ed era fuggita altrove.
- ARRGHUUNF… ARRGHUNF… ARRGHUNF…- faceva la pompa elettrica.
- WWHHAAAAHHHH… WWHHAAAHHHH… – faceva Matteo.
- EXPRESS! EXPRESS! OUT THE BOOB ( fuori la tetta, ndr)- faceva Hitler in gonnella in visita ogni 45 minuti.
Come potete facilmente immaginare, la mia persona non esprimeva esattamente la gioia della maternità ma piuttosto un disperato bisogno di una pinta di vodka e una vacanza alle Hawaii, sola o al massimo in compagnia di Hugh Jackman.
Hitler in gonnella non era per niente soddisfatta dei risultati e non faceva nulla per nascondermi il suo disappunto; era arrivata anche a minacciarmi di tenermi lì fino a che non mi fossi appropriata della tecnica alla perfezione, non importava se Matteo avrebbe compiuto la maggiore età in reparto. Un incubo, praticamente.
Ma alla fine ce l’ho fatta, Matteo ha cominciato a succhiare nel modo giusto e compresi come il legame che finalmente avevamo stabilito trascendesse l’atto fisico in sé: con l’allattamento si ristabiliva quella connessione che ci aveva uniti per nove, lunghi mesi.
Nonostante l’abbia detestata profondamente, ad Hitler in gonnella devo comunque un grazie per avermi insegnato la tecnica giusta di allattamento.
Qui di seguito la sequenza del corretto “agganciamento”.
1 – Il primo passo per un buon “agganciamento” è fare aprire bene la bocca al piccolino: strofina il capezzolo sulla sua bocca per stimolarne l’apertura, come se stesse facendo un grosso sbadiglio.
2- Una volta che il piccolo ha aperto la bocca, inserisci rapidamente il capezzolo. Ricorda di muovere la testa del piccolo verso il capezzolo e non il contrario
3 – Le gengive del bimbo dovrebbero oltrepassare il capezzolo e arrivare a coprire quasi due centimetri dell’areola. Le labbra devono essere quasi rivoltate in alto e se per caso ciò non succede allora inserisci la punta del mignolo nell’angolo delle labbra e fai una leggera pressione per aprirle e ricomincia i passaggi.
Per capire se il bimbo sta succhiando bene, guarda la mandibola e anche l’orecchio: se li vedi muoversi seguendo il movimento di suzione, allora significa che il piccolo sta effettivamente ingoiando latte. Se invece il movimento è localizzato alle labbra, probabilmente la suzione non è ottimale.
Ascolta anche il tuo bimbo: mentre succhia e ingoia il latte, fa un sacco di rumorini dolcissimi!
(disegni di Agense Bodega, in arte Nonna Agnese)













Una carissima amica di famiglia ha partorito a Giugno. Il piccolo Andrea sesto figlio e l’ unico che ha potuto allattare. Vedendoci spesso capitava di assistere alle poppate del pargoletto. E’ un momento sempre molto bello, carico di intensità e di amore. Una cosa che solo a vederla ti scalda il cuore perchè ti rendi conto che quel momento è qualcosa di unico e che un uomo non potrà mai provare.
L’ immagine di Enrica e l’ infermiera nazista che le intima di sfoggiare le sue Boob …penso che nemmeno master card potrebbe rimpiazzare!!!
Grazie caro Andre! Al solo ricordo di Hitler col porro sul mento mi si accappona la pelle… ma del buono lo ha comunque fatto!